Il sogno di una cosa

sogno_libroL’ indefinitezza della parola “cosa” rinvia alla grande speranza che sostenne il movimento per la terra in Basilicata. E’ il tema del  volume di Salvatore Lardino, Il sogno di una cosa. Il movimento per la terra in Basilicata tra storia  e storiografia, ed. Mario Congedo, Galatina 2012, nella collana della Deputazione di Storia Patria per la Lucania. Fonti e Studi per la storia della Basilicata, vol. XI, con prefazione di Antonio Lerra. “Movimento” e non “lotta” termine che, l’autore sottolinea,  è  riduttivo comportando la sola accezione di conflitto. Resterebbero ignorati i tempi normali dei contadini e la complessità del fenomeno con l’insieme di eventi e fatti che si ascrivono al contesto politico-istituzionale e socio-economico. Terra, che non è risorsa senza fine e sulla quale  Galasso invitava  a ragionare in termini di sostenibilità,  e contadini rappresentano una endiadi indissolubile. Non esaustivi, quindi gli studi che  metodologicamente, nel passato, davano troppo peso ai quadri ambientali o, viceversa, agli uomini escludendo i quadri ambientali, ora secondo il determinismo della scuola  tedesca che esclude spesso la possibilità di intervento da parte dell’uomo, ora secondo  la scuola francese  che vede la scienza dell’uomo nel tempo, un umanesimo storiografico opposto alla parcellizzazione estrema delle storie. La scuola di pensiero italiana, da Fortunato a Nitti, ha fatto dialogare meglio i due termini. In questo senso si è mossa la storia di Emilio Sereni, meglio conosciuto in Francia che nelle nostre scuole.

La conversazione del prof. Salvatore Lardino, partendo da queste premesse, si è sviluppata ad ampio raggio in un recente incontro con un pubblico numeroso presso Sala del Consiglio del Dipartimento di Scienze Umane dell’UNIBAS,  per il  Dottorato di Ricerca in Storia dell’Europa mediterranea dall’antichità all’età contemporanea, con studiosi, studenti e semplici curiosi. Spaziando da accenti dichiaratamente filologici, lo studioso ha ricordato come il termine “contadini” in italiano non abbia di per sé  la chiarezza e definitezza di termini omologhi di altre lingue, come l’inglese, il tedesco, il francese. Il nostro contadino è una figura mista, bracciante, anche pastore, anche boscaiolo, piccolo proprietario, colono, sommando varie attività, nel contesto di una  famiglia contadina che è diversa da territorio a territorio e condiziona  a sua volta l’economia del territorio.

Lo studio del prof. Salvatore Lardino conclude sul persistere di stereotipi che, dopo trent’anni di ricerca, ancora riproducono l’immagine di un Mezzogiorno imperniato in senso assoluto sul latifondo o luogo dell’”immobilismo” e dell’arretratezza o dell’assenza di “centri urbani dinamici”. Esisteva, invece, una pluralità di ordinamenti culturali e produttivi  di cui non possono essere sottovalutate le chiavi di  lettura che offrono sui rapporti tra città e campagna, incidenza del clima, rapporti tra mercato e potere, intreccio tra sviluppo e sottosviluppo. Il problema della terra, centrale nella società meridionale,  dalla fine degli anni venti, ed in particolare dal ’29, l’epoca della grande crisi, è fondamentale per capire come si “disgregassero” gli assetti consolidati ed entrasse in crisi anche il blocco agrario. Passando attraverso le linee segnate dalla politica agraria fascista, è importante valutare quanto esse avessero inciso sulle popolazioni rurali, quali furono le risposte, quale fu la specificità di una terra in cui furono relegati confinati non solo provenienti da altre regioni ma  anche dalla stesso territorio, cosa che pose le premesse, non certo volute dal governo, di un confronto tra costoro e le popolazioni del territorio.

Comunità, per altro, destinate ad essere segnate, dopo la guerra, non tanto da una soluzione sociale  e politica   della questione della terra ma da nuovi fenomeni. Isolati, privi di investimenti significativi volti allo sviluppo agrario, senza il sostegno e la cultura di un movimento associativo organizzato tale da sostenere i tentativi di cooperativismo del secondo dopoguerra, le secolari “lotte” per  la terra trovarono sbocco, paradossalmente, nella dissoluzione di una classe moderna di contadini nella società industriale, come ebbe a  dire Pasquale Villani. Pur nella logica politica della solidarietà nazionale, tanto più sentita dopo la svolta di Salerno, la decretazione Gullo, percepita come un grande ed efficace momento di svolta, al di là della formale esecuzione attraverso la costituzione di cooperative, non produsse  risultati rispondenti  alle attese anzi  contribuì  ad una vera polverizzazione fondiaria.   Lì dove il “sogno” si realizzò, come nel lavellese e nel metapontino, tale fu per l’imponente impegno ad attuare opere di bonifica e di infrastrutturazione. In ogni caso, pur con lentezze, contraddizioni e soluzioni non sempre raggiunte, il movimento per le terre contribuì a rinforzare esperienze, istituzioni, culture,  nuove forme associative che almeno si avviarono innescando un meccanismo di progresso.

Figure del “ limite” quelle dei protagonisti di  questi movimenti che scontarono con storie di sofferenze cui, però, non dobbiamo rapportarci come se si trattasse di epopee, così come fecero alcune lezioni del passato.  Confusioni ulteriori vengono oggi determinate da  operazioni che hanno più  carattere di marketing che di metodo e  rigore metodologico. L’uso pubblico della storia rischia di fare guai, quando si accompagna, tra l’altro, all’affermare che la storia sia una disciplina priva di attrattiva. Fiction poco rigorose non contribuiscono al lavoro dello storico, feste, saghe, rappresentazioni rischiano di distorcere il vero mentre stornano fondi dalla ricerca scientifica per la quale non si impiegano risorse adeguate; anzi la confusione tra vero e verisimile, tra fiction, romanzato e saghe, che  possono servire come attrattori o a fini occupazionali, fanno operazioni di dubbio gusto politico ed economico. Il prof. Lardino ha  ricordato, con le parole di D’Orsi, che ruolo dello storico è un “ufficio eminentemente civile, e comunque non solo conoscitivo ma fondamentale nel contribuire a ricostruire l’identità di una comunità”. La lettura che fa lo storico riporta attori, protagonisti, fatti ai tempi  ed è frutto di una ricerca perseguita da storici “senza aggettivazioni”, con metodologia adeguata, in termini di contenuto e metodologia, nella contestualizzazione generale. La storia di un qualsiasi villaggio, vista però in questa prospettiva, ha così piena dignità scientifica. Nell’ambito di un dottorato di ricerca risulta inevitabile la riflessione su quella che sarà la ricaduta sulla qualità delle competenze dei  futuri docenti e sulla pari dignità delle discipline oggetto di studio nella scuola.

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Margherita E. Torrio

Margherita E. Torrio

Ha insegnato nei Licei. Attualmente è iscritta all’Ordine dei pubblicisti e dei giornalisti della Basilicata. Scrive su testate locali e si interessa di ricerca.