“I riferimenti a fatti, luoghi o persone potrebbero essere riferimenti a fatti, luoghi o persone”

Quello che oggi mi ha salvato dalla tristezza è stato tornare nel mio elemento naturale: guidare una R4. Immergermi in un habitat quasi liquido, in una simbiosi perfetta fra una macchina e l’uomo. C’era una volta la Renault 4, anzi c’è ancora, anche se non è la mia. Un mio amico, che abita in America, ne possiede una bianca. L’aveva acquistata qualche anno fa per portarsela negli States e farsela “tagliare”, a uso cabriolet, da un carrozziere che quel che tocca trasforma in oro, ma poi non se n’è fatto più nulla. A Luglio è stato in Italia e, nei pochi giorni trascorsi al paese, mi ha chiesto di metterla un po’ in moto e di farla girare un po’. Non potevo non accettare e, siccome sono in ferie nell’ultima decade di Agosto, ho deciso di farle percorrere qualche chilometro usandola per andare in villeggiatura. Ho preparato la Renault per bene e, per bene, ho seguito tutte le questioni logistiche, organizzative ed economiche.

Ho levato l’ancora da Sant’Arsenio per raggiungere Ruvo del Monte. Da qui, ogni giorno, per dieci dì, sono partito e ho attraversato, “sulle ali dello spirito santo”, la valle dell’Ofanto e la zona Nord-Occidentale della Basilicata, ai confini con la Campania Felix, facendo sempre tappa in Irpinia per poi innestarmi, nuovamente, sulle terre lucane, dove le suggestioni della storia si mescolano alle tradizioni, il folklore s’intona alla buona cucina e all’ambiente, in un paesaggio che regala immagini da cartolina durante ogni stagione dell’anno. La Lucania, quindi, l’Alta Irpinia e le rive del fiume Ofanto. E alla fine sono arrivato al traguardo nel leggendario Sponz Fest a bordo di una macchina a scrocco.

Quello che oggi mi ha salvato dalla malinconia è stato tornare nella mia condizione più congeniale: la solitudine. A Ruvo della Montagna, così si chiamava prima, sono arrivato da solo e sono stato sempre da solo. Una mia collega, Teresa, ha lontane origini in questo posto e mi ha permesso di soggiornare in una vecchia casa in disuso ereditata da uno zio. Qui la solidità della solitudine e il rovescio di quella stessa medaglia hanno il volto di Giuseppe Grieco: un anziano signore che, avvertito dalla mia collega, mi apre la porta e mi da le chiavi di casa. Di quella che sarà la mia dimora per l’ultima decade di Agosto. Sull’uscio, senza entrare, osservo da vicino questa persona che ha lo sguardo bonario e dolce di un sognatore, il viso marcato del divo dello schermo e l’eleganza dell’uomo d’affari. Giuseppe mi da pure qualche dritta: «qualsiasi problema tieni in giro fai il mio nome, Peppo re Rùvë, e non bere il vino stipato in questa casa che, anche se vecchio, è semb’ “Stringitùr”». Sorrido, ma lui guarda in alto e mi indica, con l’indice, il volo di un falco di palude femmina. Io guardo il dito, però, e la mano e l’orologio d’oro e, “sulle ali dello spirito santo”, lo congedo con la scusa che devo andare in bagno.

Non faccio che tre passi e sento bussare alla porta. È sempre Peppo re Rùvë. «La macchina – dice – la puoi lasciare anche aperta, che qui non tocca niente nessuno e, poi, che se ne vogliono fare di una vecchia R4. Nessuno più coltiva le vigne…». Effettivamente è inutile se poi il vino è sconsigliato, “Stringitùr” o meno che sia. Macchina a scrocco prima e alloggio a scrocco poi, dovrei preoccuparmi solo del vitto, ma si vedrà.

Quella che, in toto, mi ha salvato è la musica. Lei ha i suoi interpreti e i suoi compositori e uno, che è l’uno e l’altro, è il mio messia. Il salvatore. Sono qui per sussurrarglielo, anche se lui non mi sentirà, che lo so. Vorrei dirglielo, però. Dirgli, in faccia: “mi hai salvato”. Che non è quella frase che si dice quando la campanella ti salva da un’interrogazione. No. Non quella citazione. Non quel tipo di frase perché lui mi ha salvato davvero. Mi ha salvato dalle mie macerie, da quello che sarei potuto diventare se non l’avessi incontrato dopo il terremoto della mia tarda adolescenza. E se proprio non vogliamo chiamarlo salvatore, definiamolo colmatore di vuoti. Che si balla una volta sola. Il resto è ginnastica. Sono le dodici in punto ed ho fame. Mi chiudo la porta alle spalle e, “sulle ali dello spirito santo”, plano sulla vallata che culla la mia meta agognata: Calitri il paese di Vinicio Capossela e del suo Sponz Festival.

Il racconto di Arsenio D’Amato ne Il Lucano Magazine in edicola.

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Arsenio D'Amato

Arsenio D'Amato

Sono nato a Jersey City - New Jersey, Stati Uniti d'America – nello stesso giorno in cui nasceva Jack Kerouac e se ne andava Charlie Parker, in un giorno storicamente avaro di grandi eventi, ma nell’anno in cui l’Apollo 11 toccava il suono lunare e, in tre giorni di rock, cultura hippie ed eccessi, si consacrava il Festival di Woodstock. Estradato, in tenera età, da un futuro a stelle e strisce, sono cresciuto, ho studiato, vivo e lavoro a Sant'Arsenio (SA) - paese gemellato, manco a farlo apposta, con Jersey City. Non ho mai compreso il Baseball e che cazzo ci potevo fare con il guantone di pelle, griffato New York Yankees, la mazza di legno e una palla bianca che non rimbalzava, estradati, negli anni settanta, congiuntamente al sottoscritto dagli USA. Mi piace scrivere più che parlare. Una passione, quella per la scrittura, che va a braccetto con quella per la musica e con l’amore per la lettura. Tra le mie devianze e i miei vizi il più quotato è quello del calcio giocato e da poltrona. Sono uno, insomma, che quotidianamente gioca con le parole, ma che non disdegna di tirare, ancora, due calci ad un pallone. Che ho cominciato a farlo, tanti anni fa, quando mi sono rassegnato ad usare guantone e mazza da baseball per simulare i pali della porta… Quando non scrivo, non leggo, non ascolto musica e non gioco a calcio, sono pure un piccolo imprenditore.