Cultura e pratica politica in Basilicata

lerraRitornare a leggere fatti ed eventi che segnarono il formarsi dello Stato unitario italiano, nella prospettiva disegnata dalla distanza temporale, per altro non particolarmente grande,  suggerisce elementi interessanti di decodifica, almeno per chi non sia uno  studioso addetto ai lavori, quindi non rigorosamente stretto dalle regole della scientificità. E’ quasi una sfida ad usare una lente d’ingrandimento su quanto oggi più immediatamente viviamo, frastornati dal vocio assordante della contemporanea comunicazione ed informazione, sino al punto di non cogliere quasi un riproporsi o una regressione a quelle fasi di avvio dei processi istituzionali.

La Basilicata per l’Unità d’Italia. Cultura e pratica politico-istituzionale (1848-1876) per la Guerini associati, 2014, a cura di A. Lerra,  è il volume che raccoglie gli Atti del Convegno di studio  svoltosi a Potenza nel 2011, promossa dalla Deputazione di Storia Patria in collaborazione con l’Università e i contributi degli studiosi Giampaolo D’Andrea, Salvatore Lardino, Domenico Sacco, Valeria Verrastro  e dei più giovani come Margherita Lapenta, Gaetano Morese, Antonio D’Andria e,le considerazioni conclusive di Antonino De Francesco. Il Convegno, nel 2011, e la raccolta degli Atti  ricostruiscono  e rileggono aspetti e momenti importanti della storia dell’Unità e dell’apporto offerto dalla nostra regione, non solo nel triennio 1859-1861 ma nel periodo lungo che si colloca tra il 1848, quindi anche la fase  del 1820-21 che prelude alla così detta “primavera dei popoli”, la “costruzione“ dello Stato unitario, sino ad almeno  tutto il 1876.

La rilettura di tutto questo ampio periodo è affrontato con uno sguardo che investe moltissimi aspetti, dalle culture politiche in campo e i luoghi e percorsi del loro formarsi, alla informazione giornalistica e ai diversi modi della iniziazione al credo nazionale ad opera di una nuova editoria attivata per le classi analfabete cui le riviste si avvicinarono attraverso storie illustrate da figure. Il percorso segue alcuni quesiti fondanti. Innanzitutto si propone di ribaltare la convinzione diffusa che la rivoluzione del 1799 non avesse lasciato alcuna eredità nei moti successivi e nel contesto generale del Risorgimento italiano, malgrado l’interesse degli intellettuali nei confronti di quegli eventi. E’ possibile continuare a pensare che tra il  ‘20-‘21 ed il ‘48 ci fosse soluzione di continuità? Grazie alla documentazione, prodotta ampiamente nelle relazioni e nel volume, gli studiosi  riconoscono, invece, che la preferenza per la costituzione di Cadice fosse ugualmente recepita dalla borghesia napoletana della rivoluzione costituzionale e dalle associazioni carbonare del ’48. Il periodo del ’20-‘21 vide la richiesta e la concessione della carta costituzionale che, malgrado gli esiti successivi repressivi, posero di fatto le condizioni per aspirare a prospettive politicamente nuove e, comunque, riconfermavano l’evoluzione in senso costituzionale dello Stato napoleonico. Ad  ideale sintesi, il rapporto tra cultura e pratica politico-istituzionale sperimentato dai ceti locali e dalle classi dirigenti rappresenta la dorsale fondamentale del convegno.

I sopravvissuti, infatti, alla repressione della repubblica napoletana, che avevano animato anche con la loro presenza la Repubblica Partenopea, dei quali si ha notizia nel corso di una riunione carbonara a Potenza nel 1820, i militari sollevati, sulla scia di quelli spagnoli, che avevano preso parte alla prima delle fasi rivoluzionarie, poi napoleonica, rimasero attivi protagonisti nel ‘20-‘21 e molti nel ‘48; la borghesia che aspirava ad essere negli anni trenta classe dirigente, a sua volta, portò a prosecuzione le aspirazioni di età napoleonica e, pur rendendosi  disponibili  all’accordo con i sovrani, auspicarono un clima politico più illuminato che rispondesse alle istanze di democrazia. La chiusura del governo, invece, quando fu espressa in modo inderogabile, negli anni successivi ai moti costituzionali, contro il recupero del personale murattiano, ebbe conseguenze negative sulla vitalità dei Consigli provinciali affidati,tra l’altro a personale nominato che non aveva condiviso la riforma napoleonica e svuotò l’efficacia di quegli organismi. Al fenomeno si aggiunse la frustrazione per la misera ricompensa e per l’ingerenza di ministri  e direttori, specie dell’Interno e della Polizia, così che i consiglieri risultarono semplici dipendenti del Re attorniato a sua volta da inetti ed inefficaci funzionari. Caduto, infine l’amalgama tra le forze sociali e politiche la scelta di un regime poliziesco diventò una via inevitabile.

Nel ’30 il nuovo sovrano capì quanto fosse indispensabile ricorrere a personale se pure compromesso con il ‘20-‘21 ma capace. Le idee costituzionali furono traghettate attraverso l’inevitabile rinnovamento generazionale. Giacomo Racioppi nella sua Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata racconta l’evoluzione successiva. Descrisse la nascita della seconda repubblica in Francia, la scelta da parte dei Savoia di mantenere la Carta con la volontà di riprendere la guerra contro l’Austria, la politica di Cavour tesa a isolare il mazzinianesimo, ogni estremismo repubblicano e, nel sud, ogni ripresa del murattismo; il nascere di un associazionismo, nel  ‘48- ‘49, nel lagonegrese e nel materano, riconducibile all’alveo della cultura politica democratica, nel melfese e nel potentino un indirizzo prevalentemente moderato rappresentati, rispettivamente, nel Circolo a Potenza, da Maffei e D’Errico; un’attitudine repubblicana ma moderata che tendeva a distinguere obiettivi politici e obiettivi democratici, una seconda con spinte libertarie e anticentralistiche che si fondevano con quelle legate a rivendicazioni di giustizia sociale che, tipica di una cultura meridionale rifacentesi addirittura a Campanella (basti pensare a Petruccelli della Gattina), quelle moderate che attecchirono moltissimo  a Potenza, lontana dalle idee di Mazzini e molto più vicina alle tesi del Gioberti. Le istanze della componente democratica, nei primi anni quaranta, in occasione della rivolta napoletana e di quella in Calabria nel ’48, facilmente furono ridimensionate dal prevalere della componente moderata. Una lucida rappresentazione della storia lucana nel contesto nazionale del Risorgimento; un percorso che al di là dello scorrere del tempo offre spunti di lettura non trascurabili anche sull’oggi.

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Margherita E. Torrio

Margherita E. Torrio

Ha insegnato nei Licei. Attualmente è iscritta all’Ordine dei pubblicisti e dei giornalisti della Basilicata. Scrive su testate locali e si interessa di ricerca.

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