La bellezza e la resilienza: il Bosco Grande di Ruoti

«Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, per affrontare soli i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi».

La natura è stata una fonte d’ispirazione per letterati e pensatori che ne hanno sublimato le proprietà catartiche e liberatorie. In particolar modo il bosco, che con i suoi alti arbusti, il sottobosco, i suoni onomatopeici e i suoi abitanti visibili e invisibili è stato il non plus ultra di fiabe e novelle. Il Bosco Grande di Ruoti è il luogo perfetto per perdersi nella natura.
Situato a circa 1200 metri di altezza, a pochi passi dal sito d’interesse comunitario del Monte Foi, ha una superficie di circa 2000 ettari ed è costituito da piante di faggio e cerro e abete bianco, quest’ultimo è concentrato nella parte alta del bosco, chiamata appunto Abetina. L’abete bianco (Abies alba) soprannominato “il principe dei boschi”, per la sua maestosità e la notevole altezza (in media 30 metri, alcuni esemplari possono superare 50 metri), costituisce il popolamento principale del manto boschivo di Ruoti e, secondo i documenti storici disponibili presso l’Archivio di Stato di Potenza, fino agli anni trenta, la sua estensione era tale “da consentire alle persone di attraversarlo camminando sui rami”. Oggi, nonostante i drastici tagli effettuati nel corso degli anni quaranta dal Principe Ruffo, l’Abetina di Ruoti insieme all’Abetina di Laurenzana, rappresenta uno dei nuclei relitti di Abete bianco presenti in Basilicata.
Tutto il sottobosco è percorribile a piedi, partendo da Varco del Torno, l’area picnic, si possono intraprendere diversi percorsi in cui si alternano piste forestali e sentieri di montagna e, andando in alto, sempre più in alto dove la natura cresce fitta e rigogliosa, quando il fiato è sempre più corto e le gambe diventano pesanti, ecco che si apre uno scenario meraviglioso: il lago Scuro e il lago Toppo Romito. Questi due laghi naturali poco distanti tra loro, si sono formati nel tempo a causa degli smottamenti del terreno, ma il Bosco Grande serba altre bellezze ed altri segreti: uno di questi è la grotta Furcino.
Oggetto di studio dello Speleo club di Muro Lucano, la grotta è stata esplorata diverse volte nel corso degli anni. Secondo le osservazioni finora raccolte dal presidente dello Speleo club, Gerardo Ferrara e dallo speleologo Antonio Cammarelle, si potrebbe trattare di una grotta ipogenica oppure (ipotesi più accreditata) di una risorgenza creata dalla presenza di un fiume sotterraneo, che evidentemente doveva esserci in un lontano passato; del nome invece, non si hanno informazioni certe, a parte che veniva indicata così sin dagli inizi del novecento.
Diverse, sono invece le notizie tramandate dagli anziani: si racconta che nel primo novecento questa grotta venisse usata come luogo di ritrovo per banchetti e balli dato che era costituita da due vani grandi e spaziosi; nel corso degli anni poi utilizzata come punto di ristoro per il pascolo. Ma c’è un’altra storia, sicuramente più affascinante, quella che lega la grotta Furcino ai briganti: si narra che la cripta costituisse per loro un rifugio e al tempo stesso una via di fuga, poiché ci sarebbe un cunicolo sotterraneo che conduce all’uscita del bosco. Per quanto riguarda il nome invece, probabilmente si chiama così come riferimento alla famiglia «Furcin» che all’epoca possedeva quei terreni.
Insomma, il bosco è una monade, nel significato leibniziano di centro di forza, è un’entità autogena, è un bene prezioso, ma che al contrario di quanto diceva il filosofo, esso può essere modificato da elementi esterni. Siamo testimoni di ciò che l’uomo è capace di fare e di distruggere: sono ancora vivide le immagini degli incendi in Australia e in Amazzonia nella quale continuano i roghi. Il tema dell’ambiente e dell’ecologia è diventata una delle questioni principali del nostro secolo e delle politiche nazionali e internazionali; costituisce anche l’argomento principale della seconda enciclica di Papa Francesco, Laudato si’, che invita ad un’educazione e spiritualità ecologica, per lo «sviluppo di nuove convinzioni, nuovi atteggiamenti e stili di vita».
Il Bosco Grande di Ruoti è solo un esempio delle numerose realtà esistenti sul nostro territorio che vanno studiate, rispettate e tutelate.

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