Cibo, migrazione e identità

Il cibo costituisce il linguaggio più semplice attraverso il quale possiamo interagire e relazionarci con gli altri. Non è solo un alimento necessario per la sopravvivenza biologica delle persone ma è un prodotto culturale altamente simbolico. Infatti, l’uomo non si nutre degli stessi cibi in tutte le culture. La preferenza verso alcuni cibi e il rifiuto di altri, ha un’origine culturale. Ogni cultura ha un codice di condotta alimentare, infatti proprio attraverso le pietanze e le abitudini a tavola è possibile identificare la cultura di appartenenza. Quando si migra verso altri territori, sorge il desiderio di rimanere ancorati alle proprie radici, con le proprie abitudini e con la propria cultura, anche o soprattutto attraverso il cibo.

Il cibo, è da sempre uno degli elementi principali per le differenziazioni culturali dei vari Paesi e le abitudini alimentari, spesso condizionate dalla loro posizione geografica e dalle condizioni climatiche.

La differenziazione implica identificazione: la propria cultura è tale perché in opposizione ad un’altra, perché differente. Non esiste identità senza alterità. Il cibo, accanto alla lingua, alla religione, ai costumi è un elemento di forte identità. Siamo ciò che mangiamo recita un detto di antica memoria, e di fatto il cibo connota popoli, culture e società in base alla direzione che la loro alimentazione ha seguito.

Quali che siano le motivazioni che spingono gli individui ad abbandonare il proprio paese di origine, gli affetti, la posizione e il ruolo acquisito, si assiste sempre ad un processo traumatico dovuto alla privazione di tutto ciò che fino al momento della partenza è considerato il proprio universo culturale. E la difficoltà di reperire gli ingredienti per preparare le pietanze della cucina tradizionale è l’ostacolo più grande da sormontare. D’altronde noi rappresentiamo il classico turista che durante le vacanze va alla ricerca di un pasto che somigli a quello a cui si è abituati!

Il cibo si comporta come vero e proprio strumento di riappropriazione identitaria nel momento in cui questa venga a mancare, è il ponte verso la propria terra, i propri affetti, i propri luoghi. L’antropologo Teti parla di nostalgia dei sapori perduti «mangiare come nel luogo d’origine in qualche modo contribuiva a placare la nostalgia, come se insieme al cibo e alle abitudini alimentari si fossero portati con se nel nuovo mondo anche la casa, l’orto , i familiari, gli amici».

A questo proposito voglio raccontarvi la storia di un immigrato ruotese Giuseppe Nardello, (all’anagrafe Nardiello, ma l’insegnante di suo figlio tolse la i pensando fosse un errore e da allora è rimasto Nardello) emigrato a Naugatuck in Connecticut nel 1887 con la moglie Angela che portò con sé dei semi di peperoni. Una volta stabilitisi Angela cominciò a coltivare questi peperoni, suo figlio Jimmy ereditò la passione per l’agricoltura e tra i suoi prodotti preferiti c’era il peperone «dolce, che si essiccava e che veniva fritto». Si esatto! Sono proprio loro i peperoni cruschi!!

Prima di morire nel 1983 Jimmy lasciò dei semi di questa varietà di peperoni  alla “Seed Savers Exchange” un’organizzazione specializzata nella protezione dei semi tradizionali. Oggi in America i semi dei peperoni di Jimmy, sono molto ricercati anche se risultano in via di estinzione, tant’è che sono protetti da un’altra associazione che combatte la standardizzazione dell’agricoltura. In Inghilterra questo peperone è proprio chiamato “Jimmy Nardello’s pepper” ed è stato inserito nella “Ark of Taste” da Slow Food USA.

Il cibo quindi,  oltre a diventare evocativo di luoghi, persone, relazioni che lo rendono a tutti gli effetti un elemento culturale, è anche un bene prezioso che sopravvive nel tempo che può raccontare tutto di un popolo.

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