La scomparsa del vino proibito dalla tavola dei contadini lucani

bottiTra i tanti episodi biblici, quello che vede il vegliardo patriarca Noè impegnato come vignaiolo si rivela, più di altri, il principio ispiratore di progredite civiltà antiche. A testimoniarlo è un vasto patrimonio archeologico sparso nel mondo da cui la vitivinicoltura emerge come protagonista indiscussa della ritualità delle civiltà del passato. In particolare, il vino, la “bevanda divina” di omerica memoria, si ritrova caricato, forse più del pane, di valenze simboliche che lo sottraggono alla sfera del bisogno fisico quotidiano per collocarlo in spazi dominati dall’immaginario. In questo ruolo, la bevanda donata dagli dei finisce per conquistare la centralità nella liturgia cattolica fino a identificarlo con il sangue del fondatore del cristianesimo. Quando, però, il frutto della vite approda a tavola come bevanda, attraverso sontuosi banchetti e fastosi simposi per pochi privilegiati, esso diviene simbolo di divisione sociale e scontri di civiltà che arrivano a toccare non soltanto il mondo terreno ma anche quello dell’aldilà in tutto il Mediterraneo.

Questo multiforme linguaggio millenario del vino sembra andare per sempre in frantumi nella seconda metà dell’800 quando, con l’intensificarsi degli scambi commerciali, compare nei vigneti europei, proveniente dagli Stati Uniti, la “fillossera”, il micidiale piccolo insetto parassita che con la sua silente azione distruttrice arriva addirittura a mettere in discussione la sopravvivenza della leggendaria pianta mediterranea. L’infezione fillosserica, infatti, appare da subito devastante e non arginabile. In Basilicata, poi, il flagello si abbatte, all’inizio del ‘900, su di una viticoltura, sbarcata con i greci, già pesantemente danneggiata dalla peronospora. Le fonti statistiche di allora rivelano un consistente restringimento della superficie vitata e un significativo aumento dei prezzi dei vigneti.

A risentirne, tuttavia, non sono solo i viticoltori interessati al mercato ma anche tanti piccoli contadini e braccianti sparsi sulla montagna lucana dove il vino rappresenta un vero e proprio alimento di base. Ad ogni modo, all’insieme della viticoltura lucana si pongono, come altrove, due alternative all’avanzata del terribile morbo. La prima contempla la sostituzione della mitica vite europea (Vitis vinifera) con quelle spontanee americane, gli “ibridi produttori diretti”, che, si scopre, convivono con il piccolo insetto insediatosi sulla radice senza essere danneggiate. L’operazione, tra l’altro, avrebbe il bove2vantaggio di abbattere i costi di produzione in quanto, oltre che più produttiva, fino a quattro volte, la rusticità delle specie americane le rende adattabili ad ambienti difficili e resistenti agli attacchi delle crittogame. La sostituzione, però, avrebbe l’inconveniente di ottenere uve con caratteristiche profondamente diverse da quelle fino ad allora vinificate poiché le viti selvatiche americane appartengono a specie differenti da quella europea. In concreto, da uve di ibridi produttori diretti, di cui ne è rappresentante la nota uva fragola, nata però dall’incrocio, probabilmente spontaneo, tra la specie europea e una americana, si ottengono vini a bassa gradazione alcolica, tannici, con alto contenuto di alcol metilico, dall’intenso aroma di selvatico e, nel caso di bacche rosse, dal colore che ricorda il nero dell’inchiostro. Di conseguenza, la vinificazione di uve di ibridi produttori diretti dà origine a prodotti ritenuti poco sicuri per la salute umana, difficilmente conservabili e non facilmente commerciabili.

Da Marsico Nuovo fino all’antica Grumentum, non lontano dalla quale doveva aver origine, secondo Plinio il Vecchio, il pregiato vino noto ai romani come “lagarina”, i piccoli contadini piantumano vitigni americani dovunque è possibile. L’attività si rivela particolarmente intensa a Paterno, dove gli ibridi, prevalentemente a bacca rossa, dai nomi fantasiosi, tra cui domina, per le macchie indelebili che lascia, il “tinturino”, sono messi a dimora in filari ai bordi dei fossi di scolo che si immettono nell’Agri, nel fondovalle, e in veri e propri vigneti, di ampiezza ridotta, nelle zone più elevate.

Il racconto di Ettore Bove nel nuovo numero de Il Lucano Magazine!

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