23 novembre 1980, la polvere e il vuoto in novanta secondi

«Ad un tratto la verità brutale ristabilisce il rapporto tra me e la realtà. Quei nidi di vespe sfondati sono case, abitazioni, o meglio lo erano.»
(Alberto Moravia, Ho visto morire il Sud)

 

Ore 19:34:53 di domenica 23 novembre 1980: una forte scossa della durata di circa 90 secondi, con un ipocentro di circa 10 km di profondità, colpì un’area di 17.000 kmq che si estendeva dall’Irpinia al Vulture.

Gli effetti, però, si estesero a una zona molto più vasta interessando praticamente tutta l’area centro meridionale della penisola. Crolli e devastazioni avvennero anche in altre province campane e nel potentino,  come a Balvano dove il crollo della chiesa di S. Maria Assunta causò la morte di 77 persone, di cui 66 bambini e adolescenti che stavano partecipando alla messa.

Una tragedia enorme.

L’entità drammatica del sisma non venne valutata subito; i primi telegiornali parlarono di una «scossa di terremoto in Campania» dato che l’interruzione totale delle telecomunicazioni aveva impedito di lanciare l’allarme. Soltanto a notte inoltrata si cominciò a evidenziarne la più vasta entità. Da una prospezione effettuata nella mattinata del 24 novembre tramite un elicottero vennero rilevate le reali dimensioni del disastro. Uno dopo l’altro si aggiungevano i nomi dei comuni colpiti; interi nuclei urbani risultavano cancellati, decine e decine di altri erano stati duramente danneggiati.

«Non vi sono stati i soccorsi immediati che avrebbero dovuto esserci. Ancora dalle macerie si levavano gemiti, grida di disperazione di sepolti vivi». Queste le parole dell’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini, che il 25 novembre in un discorso televisivo (TG2) rivolto agli italiani denunciava con forza il ritardo e le inadempienze dei soccorsi.

Pertini, nonostante il parere contrario del presidente del consiglio Forlani, si era recato in elicottero sui luoghi della tragedia, dove l’aspettava l’allora Ministro degli affari esteri, il potentino Emilio Colombo.

Le dure parole del Capo dello Stato causarono l’immediata rimozione dl prefetto di Avellino Attilio Lobefalo ma ebbe come ulteriore effetto la mobilitazione di un gran numero di volontari, il cui aiuto fu in seguito pubblicamente riconosciuto in una cerimonia al Campidoglio.

A Balvano distrutta nei luoghi e nell’animo, nessuno aveva il coraggio di parlare, nemmeno di pregare. Papa Giovanni Paolo II arrivato lì, il martedì successivo, rispose al dolore e allo strazio dei terremotati: «questa vostra grande sofferenza è già preghiera, qui state pregando con la vostra sofferenza. Dio vi assiste».

Quel grido sui ritardi nei soccorsi, con le immagini in bianco e nero di chi, a mani nude, scavando nelle macerie, dopo giorni, era ancora in cerca di tracce di vita, non restò, una volta tanto, inascoltato. Si cominciò a parlare di strutture di difesa permanente e prendeva forma il primo modello della Protezione Civile, con l’on. Zamberletti. I fondi stanziati furono enormi: circa 50 miliardi di lire ma, la legge sulla ricostruzione, la 219, finì per avere le maglie larghe e, non mancò neppure la presa della camorra e di un affarismo senza scrupoli che sviò a proprio vantaggio, il corso di uno sviluppo che poteva essere virtuoso.

A 40 anni da quello che è stato il terremoto più violento registrato in Italia dopo la Seconda Guerra Mondiale, si moltiplicano le iniziative per ricordare oggi, 23 novembre 2020, le vittime, i luoghi e i sopravvissuti: tra cui la cerimonia commemorativa a Balvano, l’attribuzione della cittadinanza onoraria di Potenza all’Esercito italiano per il contributo offerto in quell’occasione, e l’intitolazione della Sala della protezione civile comunale di Potenza a Giuseppe Zamberletti, Commissario del Governo incaricato del coordinamento dei soccorsi alle popolazioni vittime del sisma del 1980.

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